HANDS OFF CLASS, ONORA IL POSTO DOVE TI PORTA IL TUO CORPO, ONORA LA TUA STORIA

Le mie classi di yoga sono essenzialmente hands off. Ovvero se non è necessario per la loro sicurezza non tocco i miei studenti per adattare il loro corpo alla posa. Comunque, un eventuale aggiustamento manuale necessario per la sicurezza del praticante, avviene sempre dopo un’indicazione verbale.

E spesso è un problema.

Siamo così abituati a considerare lo scopo della pratica raggiungere un obiettivo esteriore e che quando non lo raggiungiamo rapidamente ce ne dispiacciamo e ci giudichiamo: ‘non sto facendo un buon lavoro’, ‘sto perdendo tempo’, ‘non sto facendo progressi’…

A ciò si aggiunge la tendenza sempre presente a giudicare il nostro corpo: ‘non va bene’, ‘non riesce a fare questa posizione’.

Il compito dell’insegnante è portare il praticante nella posa in modo sicuro e stabile e con gentilezza amorevole, guidarlo nell’ascolto del respiro e del corpo, aiutarlo ad osservare quel punto dove è arrivato, proprio quello, il posto in cui lo ha portato il suo corpo.

Questo è sempre un luogo bellissimo, che va onorato e non giudicato. Preferisco non toccare i miei studenti durante una posa, certo controllo sempre che siano in un luogo stabile e sicuro, ma non li spingo fisicamente a rappresentare una forma ideale, preferisco accompagnarli nella pratica senza interrompere il loro magico movimento interno e cerco di aiutarli a fidarsi della saggezza del loro corpo e del loro maestro interiore.

Certo non è facile, come insegnante bisogna sviluppare una maggiore sensibilità e attenzione e quello che succede fuori e dentro le persone che sono in classe e molti praticanti spesso sono interdetti, abituati a una pratica fatta di aggiustamenti fisici magari anche gentili e amorevoli, se non sono spostati, allungati, modificati non si sentono veramente seguiti dall’insegnante, credono di non aver fatto progressi, di non aver raggiunto nessun traguardo, o peggio, non percepiscono completamente il loro corpo nella posa.

Nello zen abbiamo un detto “se non è rotto non aggiustarlo”.

E’ normale, sul tappetino portiamo anche i nostri schemi mentali, i nostri giudizi e le nostre fantasie di guarigione. Nella nostra pratica segreta, quella invisibile, che avviene sul tappetino ma dentro di noi, pensiamo che ci sia inevitabilmente qualcosa di sbagliato in noi e che ci possa essere qualcosa di esterno che ci farà stare meglio.

Ma possiamo fare un atto coraggioso: invece di chiederci se lo stiamo facendo abbastanza bene, invece di pensare che dobbiamo per forza raggiungere un ideale di noi stessi nella posa, possiamo fermarci, fare un respiro profondo e osservare con un cuore sveglio quello che c’è, esattamente così come è, e magari accorgerci che tutto sommato non c’è niente che sia rotto e niente da aggiustare.

Certo in questo modo, l’allievo potrebbe restare nella sua zona confort per un bel po’ di tempo, ma è questa la pratica: iniziare quel viaggio solitario che ci porta piano piano lontano da questa zona fino a respirare in quel punto dove riusciamo a sentirci, dove troviamo il nostro limite e lo guardiamo e lo respiriamo con gentilezza e compassione, senza forzarlo e spesso succede qualcosa di meraviglioso, il limite si sposta un po’ più là, si raggiunge un posto nuovo. Magari lo stesso posto lo si sarebbe raggiunto più rapidamente grazie alle mani esperte e gentili di un insegnante preparato, però in questo modo è stato rispettato il proprio tempo e il proprio modo.

Abbiamo onorato il nostro viaggio, unico e irripetibile, proprio come siamo noi, perché anche se fatto con tanti compagni di viaggio, gli altri studenti, e una guida esperta, l’insegnante, la pratica rimane sempre sostanzialmente un viaggio individuale che nessuno può fare per noi e l’unico vero insegnante sarà sempre il nostro corpo.

Dal profondo dentro di me, al profondo dentro di voi

Kiki Yogini

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